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resoconto

Nel workshop svolto a Venezia lo scorso 8 maggio la questione aperta era: cosa accade nel governo del territorio se il soggetto tradizionalmente preposto alle decisioni (l'Ente Locale) è affiancato da tanti più soggetti, tendenzialmente tutti i soggetti che sul territorio vivono, lavorano, progettano, si attivano, etc?

Non è frequente ma capita a volte che si scopra - a evento concluso - di essere riusciti a sintetizzare efficacemente in un titolo il senso dell'iniziativa promossa. Nel workshop svolto a Venezia lo scorso 8 maggio la questione aperta era: cosa accade nel governo del territorio se il soggetto tradizionalmente preposto alle decisioni (l'Ente Locale) è affiancato da tanti più soggetti, tendenzialmente tutti i soggetti che sul territorio vivono, lavorano, progettano, si attivano, etc? Quali nuovi problemi ci si parano di fronte quando dall’attore pubblico si passa al pubblico come attore? Vista l'atmosfera che ha caratterizzato l'incontro, le attività svolte, i moltissimi interventi e le relazioni ascoltate, sembra di poter dire che la questione è aperta e scottante per molti e che su di essa è utile e necessario moltiplicare le occasioni di scambio e discussione.
Ci fermiamo brevemente ancora sul titolo - prima di riportare i punti salienti dell'incontro - perché contiene una certa dose di ambiguità, richiama campi di significati normalmente separati, che si affacciano in successione alla mente di chi legge e lo spiazzano aiutando l'emergere di molte domande.
La prima ambiguità è data dalla contaminazione tra i linguaggi costantemente ricercata nell’esperienza del Laboratorio l’Ombrello, promotore dell’iniziativa col comune di Venezia: se il titolo fa pensare immediatamente ad un evento in campo teatrale, il sottotitolo parla di politiche partecipate, richiama il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre e lo accosta al contesto italiano.
Sappiamo che la metafora teatrale è usata spesso per parlare di cose che col teatro hanno - apparentemente - niente a che fare: in sociologia, scienze politiche e sempre più spesso nel linguaggio corrente ci si riferisce agli attori ed alle arene di un processo decisionale per indicare chi compie una certa azione o interpreta (bene o male) un certo ruolo; si parla di scenari che orientano l'azione, di rappresentazione dei problemi, etc. Che senso hanno queste trasposizioni di linguaggio? Cosa ci dicono del nuovo campo a cui le applichiamo?
La seconda ambiguità ruota intorno al termine "Pubblico"; ancora una parola in bilico tra il teatro e le scienze sociali (le scienze politiche, giuridiche, la sociologia…).
Cos'è il Pubblico in questi diversi campi?
Nel teatro il pubblico è il soggetto passivo per eccellenza: ascolta e guarda, in religioso silenzio, per dare - solo alla fine della rappresentazione - il proprio responso; applausi o fischi. Ogni variazione su questo tema indica che qualcosa di strano e, a volte, imbarazzante è accaduto; i fischi, o anche gli applausi a scena aperta, indicano una rottura rispetto allo schema dato perché - comunque - ci sono dei tempi ben precisi nei quali la reazione del pubblico è ammessa.
Nella tradizione delle scienze sociali e politiche occidentali si dice pubblico per riferirsi all'autorità statale. Si può dire quindi, un po' rozzamente, che il pubblico è lo Stato (nelle sue varie articolazioni gerarchiche) e che, in particolare, le istituzioni elettive sono quelle che possono lavorare legittimamente a definire e perseguire l'Interesse Pubblico.
Fin qui ci muoviamo sul sicuro, ma c'è altro oltre a questo? Cosa dire di tutta la ricerca teatrale che ribalta la posizione passiva del pubblico per farne parte attiva della rappresentazione? O di quegli scienziati politici che discutono della possibilità che la società possa, entro certi limiti, non delegare le funzioni del governo al Pubblico ma auto governarsi e regolarsi? In quest'ultima ipotesi sono gli stessi soggetti sociali che - nel momento in cui cominciano a farsi carico del trattamento congiunto dei problemi di interesse comune - diventano 'pubblici'.
Si può passare cioè da una visione unitarista - nella quale è pubblico un solo tipo di soggetti legato da relazioni predeterminate con tutte le altre parti della società - ad una plurale, nella quale ogni soggetto ha (o può acquisire) le capacità per diventare 'soggetto pubblico'?
Questa è - a ben vedere - la concezione sottostante alle interpretazioni radicali di governo partecipato, quelle cioè nelle quali la partecipazione non è soltanto informazione o ascolto di quanti sono solitamente esclusi ma è apertura reale dei processi decisionali: co-progettazione e co-decisione. E' un'ipotesi di tendenza, spesso talmente lontana dai modelli reali di governo - anche nelle loro versioni 'partecipate' - da essere difficile da concepire e da nominare - specie per i 'non addetti ai lavori'. Le resistenze a questa tendenza non sono solo quelle ovvie delle istituzioni e dai 'soggetti forti' che non gradiscono e si oppongono ad una redistribuzione del potere di decidere; a queste si devono aggiungere difficoltà più sottili e profonde, di cultura ed attitudine alla delega, di sudditanza ai modelli cognitivi dominanti ed incapacità di elaborazione autonoma. Una situazione asimmetrica, in cui non è realistico pensare che i partecipanti abbiano 'armi pari' e dove per alcuni l'opzione più ragionevole resta quella dell'opposizione.
Come affrontare questi problemi e, ancor prima, come imparare a riconoscere ed a contrastare i tentativi di manipolazione, come affermare la legittimità di ogni forma di conoscenza (anche quella non tecnica ed 'esperta'), come stare nei conflitti in modo che non riproducano semplicemente le figure vincitori-sconfitti e siano invece produttivi di trasformazioni positive?
Per trattare queste ed altre domande che costellano le esperienze di quanti agiscono nelle politiche partecipate e di altri che si oppongono a politiche 'calate dall'alto' abbiamo usato il teatro scegliendo - naturalmente - qualcosa che potesse fare al caso nostro. Il Teatro dell'Oppresso (TdO) è una tecnica di animazione teatrale ideata alla fine degli anni '60 dal brasiliano Augusto Boal come strumento di intervento - nella realtà sociale piuttosto che in quella individuale. Ha l'obiettivo di potenziare le capacità dei soggetti di riflettere, intervenire e trasformare le situazioni problematiche nelle quali si trovano.
Il TdO fa parte di quell'ambito di ricerca teatrale che:
- mette in discussione la separazione netta tra attore e pubblico;
- teorizza e promuove l'intercambiabilità dei ruoli;
- lavora sul potenziale riflessivo e trasformativo generato dal vedere rappresentata una realtà nota e dalla possibilità di sperimentare concretamente le possibilità per trasformarla entrando in scena e cambiandola secondo le proprie convinzioni;
- infine sostiene la crescita cognitiva dei partecipanti i quali imparano 'in azione' ad entrare ed uscire dal proprio punto di vista, a guardarlo dall'esterno, a considerare la relazione tra il proprio comportamento e quello degli altri e che - a volte - si può agire su questo livello per ristrutturare un'intera situazione.
Abbiamo deciso quindi di strutturare tutta la prima parte del workshop intorno ad una scena che rappresentasse una situazione tipica di conflitto in campo ambientale (la localizzazione di una discarica contestata da un comitato locale di cittadini); una scena interpretata da un set altrettanto tipico di attori (il coordinatore del comitato, l'ambientalista, il tecnico dei rifiuti, il sindaco….) e - dopo il primo svolgimento della scena - si è avviata la discussione sui diversi ruoli, sui problemi che ognuno vedeva, sulle possibilità che alcuni - forse - avevano di interpretare diversamente quello stesso ruolo, e si è avviato così il gioco delle sostituzioni. Il pubblico è diventato attore e diversi dei presenti si sono 'calati nei panni' dei vari personaggi (l'assessore, un cittadino, l'ambientalista...). Qualcuno ha persino proposto di cambiare completamente la scena perché erano alcune premesse che andavano ridefinite…
Nel pomeriggio, con ancora ben fresche le domande e le riflessioni sviluppate al mattino intorno alla animazione teatrale, abbiamo avuto il contributo Betania Alfonsin e Iria Chiarõn di Porto Alegre che sono state capaci di riportarci con immediatezza e passione l'esperienza di Bilancio Partecipativo vissuta in quel contesto a livello urbano e statale, e di riannodare i fili tra quei tentativi, le loro difficoltà e successi, le nostre domande ed i nostri stessi esperimenti.
Ancora nel pomeriggio abbiamo cercato di immaginare come dare continuità alla discussione avviata, allargando la rete, trovando i temi sui quali continuare a sollecitarla, utilizzando come supporto le tecnologie informatiche.
In conclusione emergeva il fatto che - per un'intera giornata ci si era confrontati avendo alle spalle esperienze anche molto diverse, utilizzando la scena rappresentata (verosimile per l'esperienza di tutti) come base comune di realtà, alla quale era possibile riferirsi per sviluppare considerazioni più generali ed astratte. Questo però - diversamente da quanto avviene in genere - non ha escluso il pubblico dall'intervenire; è successo al contrario che sono stati i 'relatori ufficiali' a parlare meno di molti altri e questo forse ci dice qualcosa dell'abitudine alla fissità dei ruoli tra relatori e pubblico.
Un'altra delle considerazioni che rimbalzava tra i presenti era che ci si era molto divertiti; la riflessione e lo scambio di idee non deve per forza avvenire in discussioni seriose e iper-teoriche che escludono spesso la maggior parte dei presenti; la ricerca di metodi e strumenti per dare spazio e voce ai tanti potenziali attori del governo territoriale è appena cominciata ma forse qui abbiamo individuato uno strumento promettente.

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