Firmato da 178 governi di tutto il mondo, il documento riafferma con forza un concetto allora poco diffuso e che invece avrà grande fortuna nel decennio seguente. Lo sviluppo sostenibile , concetto elaborato nel 1987 dalla Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo (1998), è l’obiettivo proposto all’attenzione della comunità internazionale a fronte di tendenze evolutive dello sviluppo, a livello planetario, che mettono a rischio – insieme agli equilibri ecologici - la sopravvivenza stessa della nostra specie.
A partire da Rio è stato subito chiaro che la visione proposta e gli obiettivi che la concretizzavano non avrebbero avuto gambe se non si fosse fatto il passaggio dal livello globale (delle istituzioni internazionali e nazionali), a quello locale. Da qui l’importanza strategica, fin da subito riconosciuta, al ruolo delle autorità locali e la prefigurazione di un nuovo programma che avrebbe dovuto catalizzarne l’impegno: ecco l’origine di Agenda 21 Locale (A21L) e di una stagione per molti aspetti innovativa nelle pratiche di governo ambientale (ma non solo), sviluppate a livello locale.
A 10 anni da quegli eventi quella di far bilanci è un’istanza quasi spontanea e – comunque – un’esigenza diffusa. Si tenterà quindi una riflessione che parte da alcuni caratteri originari del programma in questione, guarda a come si sono intrecciati con modalità consolidate di governo e amministrazione urbana, si sofferma sul tema della valutazione delle esperienze in corso, evidenzia punti di forza e i limiti del ‘modello debole’ che – pian piano – si è venuto definendo intorno alla sigla A21L. Modello debole perché si propone come riferimento valido su scala globale pur senza procedere ad una forte istituzionalizzazione, accettando l’adesione strettamente su base volontaria e sollecitando contemporaneamente un adattamento del modello alla scala locale.
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