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"Messaggio in bottiglia" Attività umana e governo sostenibile del fiume
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Lo spunto per queste riflessioni ci viene dal progetto – presentato dal Consorzio Estrattori Basso Tagliamento di San Vito – di intervento per la regimazione idraulica nel medio corso del fiume. I Comuni interessati sono quelli di Pinzano, in provincia di Pordenone, e di Ragogna e Forgaria in provincia di Udine. Mentre scriviamo è in corso l’elaborazione della Valutazione di Impatto Ambientale dell’intervento.
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Sappiamo bene che l’attività estrattiva è tra quelle che più facilmente solleva contestazioni per gli impatti che induce sullo stato del territorio interessato. Negli ultimi decenni, a fronte di una percezione crescente del rischio di degrado ambientale irreversibile, le normative che regolano le attività ad elevato potenziale di impatto sono evolute in un senso protezionista, a garanzia della compatibilità tra l’intervento umano e la conservazione degli ecosistemi di riferimento. A fronte di ciò si è determinata, nei diversi contesti locali, una chiara frattura: da un lato quanti accettano il nuovo modo di governare le attività umane (accettando quello ambientale come vincolo allo sviluppo); dall’altro quanti, insofferenti, lo ritengono un vincolo ingiustificato ed intollerabile che accresce la mole di norme e limiti che ingabbiano l’iniziativa individuale, l’imprenditorialità ed – in generale – le potenzialità di sviluppo territoriale.
Al di là delle norme specifiche che ogni Regione mette a punto per regolare le attività estrattive, sono sempre più frequenti le iniziative che si prefiggono di acquisire solide conoscenze, utili a coloro che sono chiamati ad esprimere parere vincolante secondo quanto previsto dalla normativa vigente.
E’ il caso, ad esempio dell’Università di Firenze che sta lavorando ad un progetto di ricerca per l’Autorità di Bacino del fiume Magra proprio per fornire un adeguato supporto scientifico alle scelte di gestione dei sedimenti nel relativo bacino.
Vediamo, a titolo di esempio, le conoscenze ritenute necessarie, secondo la buona prassi, per la localizzazione dei siti di asporto di materiali litoidi e la determinazione delle quantità estraibili :
a) quantità del trasporto solido a monte (del sito interessato all’intervento);
b) profilo di equilibrio del fiume in condizioni naturali (indisturbate) e la durata, nel tempo, di tale profilo; in caso contrario è necessario conoscere il tasso di aggradazione o di degradazione;
c) sequenze storiche del trasporto dei sedimenti, creazione di barre, erosione di sponde e creazione di meandri:
d) previsione di specifici effetti locali dovuti a deposizione e erosione, nonché della stabilità delle barre ghiaiose tenendo conto inoltre degli effetti presenti e passati delle attività estrattive secondo i vari tassi d’intervento;
e) desiderabilità e accettabilità degli effetti previsti.
Per tener conto di quest’insieme di dati diventa necessario predisporre:
f) il mantenimento di appositi registri dell’attività estrattiva
g) la messa a punto di un preciso programma di monitoraggio in grado di registrare qualunque variazione di equilibrio non solo in prossimità del punto di intervento ma anche a monte e a valle
h) la rivalutazione dell’autorizzazione all’attività estrattiva alla luce dei risultati del programma di monitoraggio.
Se ora rivolgiamo lo sguardo al nostro fiume, il Tagliamento, non si può tacere come da più parti si segnali la mancanza di dati affidabili capaci di dare una spiegazione soddisfacente alle domande su esposte.
In questa situazione una valutazione corretta dell’accettabilità di interventi estrattivi dall’alveo fluviale è – a rigor di logica – estremamente difficile.
Del resto, dal punto di vista di chi considera l’ambiente come un giacimento di risorse da mettere a frutto è frequente gridare allo scandalo per l’eccesso di vincolismo e per la colpevole mortificazione di legittime aspirazioni di iniziativa economica…
Ci troviamo evidentemente di fronte ad una diatriba molto difficile da sciogliere, perché implica questioni profonde e complesse quali ad esempio: che valore diamo alla natura e come ci sembra di poterla utilizzare in modo legittimo? Come concepiamo la nostra responsabilità nei confronti dell’ambiente e quanto ci sentiamo dipendenti dalla sua conservazione? O anche, molto semplicemente: crediamo o non crediamo giusto che le nostre attività private siano regolate e rispettino dei principi di interesse collettivo?
Purtroppo però affrontare la questione dei conflitti legati all’uso delle risorse ambientali con un tale respiro non è cosa comune. Tra le due visioni antagoniste – quella della conservazione ambientale e quella dell’ambiente come giacimento da sfruttare – si giocano battaglie nelle quali vince chi, di volta in volta, ha maggiore ‘potenza di fuoco’ (maggiore influenza politica, maggiore capacità di aggregazione del consenso, maggiore capacità di creare opinione…). E come in ogni guerra che si rispetti c’è chi vince e c’è chi perde e – dopo aver curato i feriti – si ricomincia daccapo sperando di ribaltare il risultato per la volta successiva.
Ci piace concludere questa nota suggerendo un'altra possibilità. È una terza via nella quale poiché “siamo tutti sulla stessa barca” (cioè abitiamo tutti lo stesso pianeta e dalla sua sopravvivenza, volenti o nolenti, dipendiamo) in fin dei conti o si vince o si perde tutti insieme. È la via di mezzo tra la conservazione e lo sfruttamento, un’alternativa nella quale, invece di ingabbiare le nostre attività in norme che ne evitino i danni, facciamo della valorizzazione stessa dell’ambiente e della ricerca del nostro benessere al suo interno il fulcro di una nuova economia e di una nuova cultura.
Non bisogna andare molto lontano per scoprire casi già al lavoro in questa direzione. In Austria ad esempio, sul fiume Lech, (specie di ‘fratello minore’ del Tagliamento), grazie ad un progetto di conservazione e rinaturalizzazione delle dinamiche fluviali di cui è parte integrante la gestione degli inerti, si è riusciti ad ottenere un finanziamento di quasi otto milioni di euro nel periodo 2001 -2006 dal Programma Life dell’Unione Europea.
Dunque non servono condizioni preliminari straordinarie per cominciare; c’è solo bisogno del concorso di volontà di un insieme significativo di soggetti del territorio.
Nell’attesa del risultato della Valutazione di Impatto Ambientale, lanciamo questo messaggio in bottiglia e confidiamo nelle correnti che lo portino in mani giuste ed orecchie accoglienti.
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